07 maggio 2021

Chiesa poco social?

Si sa. Chiedere alle parrocchie delle nostre zone di far sapere cosa fanno, pubblicando foto o notizie è impresa disperata. Su Gazzetta c'è una pagina fotografica dedicata a questo e a volte si fatica a riempirla. Un po' come in parrocchia dove ciascuno va per la sua strada ed è perfino restio a mettere sul sito o sui fogli domenicali le cose che si fanno. Bisogna sempre "cavarle fuori con le tenaglie".
La "scusa" è che non si vuole apparire. Una specie di umiltà, insomma. A me sembra invece come quei negozi polverosi e sporchi che hanno vetrine da brivido. Se fai qualcosa per gli altri, hai una dimensione pubblica e se non la trasmetti dai l'idea che non vuoi che nessuno entri con te o che degli altri proprio non te ne curi.
Si può avere attenzione per l'immagine che dai con sobrietà, senza millantare cose che non esistono. D'altronde quando una vetrina è piena di attrazioni e poi entri e scopri che sono esche, non ci entrerai più in futuro.
Ma molto più semplicemente: visto che si fanno spesso cose egregie, vogliamo lasciare lo spazio di social e media alle cose di bassa lega? Magari poi per lamentarci e trovare la seconda scusa che uno non vuole mischiarsi con quelle?

" Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni." (Mt 7,16-18)




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23 aprile 2021

Giornali: verso dove si va?

 Reduce da una riunione dei direttori di giornali diocesani piemontesi mi rendo conto che l'editoria sta galoppando. Nn si capisce solo verso dove. I grandi giornali e i grandi gruppi editoriali pare che non puntino più molto sull'informazione generale, ma solo su temi specifici (ecologia, cultura, ecc.), mentre i giornali locali oscillano tra gossip e raccontare la vita della gente. Nello stesso tempo l'innovazione digitale apre nuove strade mai percorse. Vengono i brividi perchè il cavallo galoppa veramente e devi starci in sella. Ma siamo noi che lo dobbiamo guidare e non lasciare che vada dove vuole lui, altrimenti i giornali saranno qualcosa di retrò, dei secoli passati (come i manoscritti miniati), belli da vedere ma non da utilizzare.

Tutto vero. Ma io resto convinto che le radici non possono venir meno. Se c'è bisogno di informazione, una informazione come si deve, prima di tutto bisogna fare del buon giornalismo. Ci vogliono persone che amino il loro lavoro e che lo facciano bene, aggiornandosi per quel che possono. E ci vogliono persone con occhi particolari, per capire cosa vive la gente, cosa si muove in giro e come si può raccontare, in modo da dialogare con chi legge. Punto. Il resto è vetrina: importante, ma se la merce è scadente i clienti non li becchi più la seconda volta.



"L'uomo prudente ha la sapienza davanti a sé,
ma gli occhi dello stolto vagano in capo al mondo." (Pro 17,24)



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21 marzo 2010

nativi digitali

Ieri c'è stato un laboratorio di formazione su educazione e nuove tecnologie, organizzato dal Tavolo diocesano dell'educazione e dall'Ufficio di Comunicazioni sociali, dove è stato possibile sperimentare l'uso dei media (soprattutto video) nell'educazione e nell'animazione. Veramente era come immergersi in un mondo nuovo, dove si ragiona in modo diverso rispetto a prima e dove è richiesto un grande spirito di avventura e di adattamento per riuscire a intercettare i giovani con il loro linguaggio.
Certo però è una bella sfida anche perchè, come diceva il formatore di ieri, più che riempirli di informazioni è importante aiutarli ad andare in profondità e a trovare i collegamenti tra tante informazioni: molto più difficile ma molto più interessante. Nello stesso tempo noi dobbiamo imparare ad abbandonare il metodo cattedratico per una conoscenza più condivisa e "orizzontale", costruita insieme.
Affascinante e con numerosi risvolti per la fede

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21 febbraio 2010

ancora sulle omelie

Ieri sono stato al convegno regionale delle comunicazioni sociali della conferenza episcopale piemontese e un giornalista della Stampa, Michele Brambilla, nel suo intervento ha detto che secondo lui la gente nelle omelie non amerebbe sentire parlare di tutto (dagli immigrati, all'aborto, alle questioni di attualità) ma amerebbe sentire il cuore del mistero cristiano, cioè ciò che non sente da nessun'altra parte. Io che avevo deciso di cambiare l'omelia di oggi, che mi sembrava troppo "spirituale", ho deciso di mantenerla così com'era. Veramente difficile costruire l'omelia... Che ne pensate?

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